Com’è possibile curare, non curando?

 

Gregory Bateson e il paradosso della cura, tra Taoismo, Zen e psicoterapie occidentali

Bateson parte dall’idea di una terapia che non si prefigge l’obbiettivo di curare. Questa intenzionalità interferirebbe infatti con i processi stessi della guarigione: i cui esiti sono ora affidati più al paziente che al terapeuta, e sopra a tutti e due, al sistema mentale che essi co-determinano a generare.

In un coinvolgimento aperto e dinamico tra le persone è impossibile definire i contorni della relazione, che sono imprevedibili, tracciati dall’interazione stessa istante per istante; ed è impossibile conoscere completamente i processi responsabili del cambiamento personale.

Nel campo della terapia non si può allora pensare di agire direttamente in maniera trasformatrice. Quanto si può cercare di fare è preparare il terreno e creare le condizioni per permettere un cambiamento e il riconoscimento di tale possibilità. Quell’ordine di cambiamento che si ricerca nella terapia non è possibile acquisirlo in maniera diretta, questo è il dilemma su cui si muovono i rapporti tra maestro e discepolo, tra terapeuta e paziente. Indicare la direzione da seguire sarebbe inappropriato e assolutamente inutile, occorre che il paziente arrivi a conseguirla da solo, attraverso il riconoscimento di una corrispondenza in se stesso.

Allora non si dovrà più cercare una comunicazione a senso unico, in cui il terapeuta rimane immutato. Già una relazione tra due o più persone, partecipa di tutte le caratteristiche proprie di un sistema mentale: entrano dunque in campo delle serie di ricursioni che sono proprie di sistemi più ampi. A questo punto l’incontro terapeutico dovrebbe diventare un’attività di tipo riflessivo, per cui il terapeuta accetta di mettersi in gioco al pari del cliente. Ciò implicherebbe un processo circolare tra ‘medico’ e ‘paziente’, dove entrambi si modificano attraverso la relazione e la comunicazione, in una co-evoluzione terapeutica.

L’idea cardine è quella di riuscire a fare in modo che terapeuta e paziente non vengano più visti come due agenti separati. In qualche modo è la sfida proposta da Bateson: il contesto della terapia dovrebbe diventare un unico contesto trasformante, in virtù del fatto che in esso l’arroganza dell’io è bandita, sospendendo, prima, l’illusione dell’autocontrollo e poi la lotta contro se stessi, incoraggiando attraverso tale procedimento una forma serena di accettazione del proprio vissuto e l’emergere di quelle ‘abilità’ insospettabili che sono la vera essenza dei processi di apprendimento.

Si cerca allora di fare del contesto della terapia una forma di accordo interpersonale, per abrogare le regole usuali, le reti comunicative abituali, che strutturano quotidianamente il contesto relazionale nel piano della realtà consensuale. Si fa necessaria una impostazione che affermi la complessità sistemica di terapeuta e cliente, e che includa la possibilità che le due complessità unite, possano formare una rete mentale comune, un sistema comprensivo in grado di comunicare gli elementi di un linguaggio misterioso: “Questa percezione insieme del sé e dell’altro è l’affermazione del sacro”. Bateson parte dal discorso sulla causalità, così, in La matrice sociale della psichiatria, troviamo che egli definisce i termini di un contrasto tra due differenti punti di vista:

“Riguardo al problema della riflessività abbiamo un corrispondente contrasto tra coloro che sono pronti a considerare le dinamiche terapeutiche una causalità a senso unico, in cui il terapeuta rimane essenzialmente immodificato, e coloro per cui il processo terapeutico implica un continuo processo dinamico all’interno del terapeuta stesso. Stranamente sono proprio questi ultimi ad andare d’accordo, nel complesso, con le più moderne teorie epistemologiche di uso corrente nelle altre scienze”.

Capiamo facilmente che le sue preferenze sono per la seconda definizione. Dello stesso avviso sembra essere Kopp, il quale assegna un ruolo decisivo e determinante a quel ‘riconoscimento’ che deve avvenire tra terapeuta e cliente. Nella volontà di evitare che la pratica della terapia si trasformi nell’esecuzione di una necessità sociale, o che precipiti nella monotonia, attraverso la noiosa, quotidiana ripetizione di alcuni cliscé medicamentosi:

“Come terapeuta non sono più disposto ad accettare come paziente qualsiasi persona al cui dolore non mi sento vulnerabile. Se a me si rivolge per aiuto qualcuno che non sperimento come il genere di persona che diverrà personalmente importante per me, lo mando via”.

Questa non è una forma di egoismo, si tratta piuttosto del contrario: ossia della consapevolezza che ciò che possiamo fare per aiutare un altro si limita veramente a poco, e che in quel poco dobbiamo essere onesti con noi stessi. A questo punto la circostanza della terapia non può più essere definita un contesto di cura ma uno di ricerca, o un pellegrinaggio (come direbbe Kopp), sia per il paziente che per il terapeuta.

“Quando lavoro con un paziente non solo ascolto la sua storia ma gli racconto anche la mia. Per raggiungere una meta dobbiamo conoscerci a vicenda. Uno dei lussi dell’essere uno psicoterapeuta è che aiuta a mantenersi onesto. E’ un po’ come rimanere nella terapia per tutta la vita”.

In questo ambito si arriva alla consapevolezza che il terapeuta è “soltanto un altro essere umano in lotta”, diventa un compagno di viaggio, e non qualcuno che è ‘arrivato’; raggiungendo quella meta che il paziente si sente di non poter mai arrivare a conquistare. Ora è anche il paziente a condurre la sua terapia sul terapeuta. E potrebbe essere utile per il terapeuta immaginare che il paziente stia praticando un intervento per far si che egli riesca ad offrirgli una o più soluzioni utili. Come osserva Keeney, una simile prospettiva offre la possibilità di considerare la terapia come “una forma di esercizio.

Come lo Zen, l’esercizio della terapia diventa [anche] per il terapeuta un contesto di apprendimento di ordine superiore”. Questo è oltretutto un modo per non fare della terapia un’esperienza di carattere punitivo. Sicuramente c’è qualcosa di autopunitivo nel comunicare tutte le proprie insufficienze e debolezze ad un terapeuta che assurge a icona di un’ideale di infallibilità, in base al quale misurare tutti i nostri errori e difetti. E’ piuttosto ovvio che ciò può avvenire solo su di una base irreale. In un simile quadro, il terapeuta cambia la sua funzione all’interno del sistema. La sua posizione non è più quella di “responsabile e attore del cambiamento”, ma di “consulente perturbatore del sistema” Pare quindi che la qualità specifica del modo di agire della pratica sistemica immaginata da Bateson, sia quella di agire senza esercitare alcun tipo di azione diretta.

La caratteristica peculiare è di non prefiggersi la cura come obiettivo, ma di far emergere le qualità sistemiche (la saggezza sistemica) proprie di una relazione, in cui i partecipanti sono parte di una ‘rete a linguaggio vivente’, impostata sul modello del sistema che co-evolve. Chi si trovi inserito in un simile contesto può quindi godere del beneficio di quelle qualità emergenti che si presentano come un’evenienza squisitamente fortuita, governate sostanzialmente dall’imprevedibilità; che allontanano qualunque pretesa di un agire intenzionale o programmante e la trappola di poter oggettivare il cambiamento. L’idea stessa della co-evoluzione dipende dalla considerazione di questa ‘qualità sistemica emergente’, dall’ attenzione verso la saggezza sistemica che contraddistingue il processo mentale e che ammette la possibilità di trovare soluzioni nuove, comportandosi in conseguenza a quella che Bateson definiva la “tautologia autoterapeutica”, previo un ridimensionamento parziale o totale dell’io:

“Questo di per sé ridimensiona l’arroganza anticipatoria e la presunzione di prevedibilità delle pretese avanzate dal soggetto nei confronti sia di sé stesso che dell’altro. L’impossibilità stessa del terapeuta di prevedere l’esito della terapia diventa parte del processo terapeutico, ed è qui che al controllo e all’idea manipolatoria di pianificare il cambiamento del paziente il terapeuta sostituisce il processo della coevoluzione”.

Scopo del terapeuta è solo di innescare quella serie di processi che danno modo all’ecologia disturbata di guarire da sola. Nel momento in cui cominciamo a pensare in termini di ecologia, arriviamo all’assunto taoista secondo il quale gli organismi si risanano da soli: è sufficiente non interferire con essi.

Quando cliente e terapeuta abbandonano le strategie di azione finalistiche, essi lasciano spazio all’agire di ordini mentali inconsci; ora è il sistema che trova i suoi propri adattamenti: come esso ha prodotto le proprie crisi, così ora produrrà le soluzioni ottimali. Entra in scena un ordine di azione più elevato senza che ci sia bisogno di “fare” alcunché: è l’essenza del wu wei, il ‘non fare’ taoista, l’azione senza l’interferenza della coscienza. Questo modo di agire è modo che non può essere prescritto e non può diventare né procedimento né metodo. La pratica della terapia non può diventare metodo, perché se così fosse, ne verrebbe meno la vera capacità di trasformazione, e il senso stesso dell’idea di guarigione. Essa si ridurrebbe ad una tecnica di ‘riprogrammazione’ dal carattere artificioso e nefasto. Obbligherebbe infatti il paziente ad adattarsi ad altri criteri, possibilmente nuovi e più funzionali, riorientando il processo di identificazione in una direzione tale da soddisfare i corretti standard sociali: adempiendo nuovamente alle richieste di una standardizzazione sempre più livellante.

L’obbiettivo della terapia dovrebbe essere quello di aiutare a liberarsi delle proprie illusioni, prima tra tutte quella costituita dall’ idea dell’io: l’immagine sociale di noi stessi continuamente alimentata attraverso le nostre reti comunicative e il dialogo interno. Bisognerebbe piuttosto aprire noi stessi alla conoscenza del nostro io più autentico, quello che era nostro prima che il processo del condizionamento sociale subentrasse a svolgere il suo lavoro di modellamento e di mistificazione. Il tramite che Bateson individua per questo compito non semplice è quello della ‘relazione’; il riconoscimento della ricchezza insostituibile che si può scoprire attraverso la relazione (nel senso più ampio e comprensivo del termine).

” L’umana capacità di amare significa essere in grado di diventare parte di qualcosa di superiore ai nostri sé individuali e questa cosa superiore è un sistema che, a sua volta, fa parte di un sistema ancora più grande, e che continua in una crescita di sistemi ancora innestati tra loro”.

E’ a partire dal riconoscimento del valore centrale del rapporto che si arriva a fare esperienza della qualità speciale che si canalizza nell’interazione con un altro essere umano significativo: un maestro, un terapeuta, ecc. E’ qui che si arriva a percepire la saggezza sistemica o la saggezza della relazione, come qualcosa che va oltre il senso di appartenenza individuale, che viola il livello dell’io e ci permette di afferrare l’essenza dell’amore che è immanente al sistema più ampio.

E’ a questo livello che possiamo fare l’incontro con quello che chiamiamo il nostro maestro interiore, divenendo maestri di noi stessi, nell’accettazione integrale della nostra natura. Diventa allora chiaro come il problema di Bateson nei confronti della terapia non sia tanto quello di trovare e sviluppare un metodo giusto, ma di riuscire a riscoprire quello stato mentale che rende possibile un’azione spontanea, in senso taoista o Zen. Ci ricorda Mary Catherine Bateson che il padre “rifletté molto sulla natura di questo stato mentale così particolare, e acquisì progressivamente la convinzione che era in gioco, qui, un problema di ordine religioso”.

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