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Il tocco come forma primaria di relazione

Il perché dell’uso del tocco nella psicologia somatica e nelle psicoterapie corporee

Prima della nascita della psicoanalisi e della psichiatria, il massaggio era compreso tra i metodi di trattamento e cura per chi soffriva di condizioni nervose, e indicato spesso come trattamento da parte dei medici. È in questo tipo di contesto che Freud sviluppa il metodo della psicoanalisi. Sebbene la psicoanalisi sia nota per non toccare i pazienti, ci sono delle eccezioni degne di nota, ed è significativo che, nonostante la credenza diffusa (la regola della neutralità e il divieto di contatto tra analista e analizzato) risulti che lo stesso Freud, e con lui anche Groddeck, ricorressero all’utilizzo del massaggio con alcuni pazienti.

È conosciuto che al tempo della collaborazione con Breuer entrambe usavano il tocco, l’ipnosi e altre pratiche dell’epoca, per stimolare la regressione, il recupero di memorie e la catarsi. In seguito Freud ha rivisto le sue idee per enfatizzare il valore delle libere associazioni, la neutralità dell’analista, e l’interpretazione del transfert. La regola dell’astinenza divenne tale quando furono istituzionalizzati i percorsi di formazione, per proteggere gli analisti dalla possibilità di agire i loro controtransfert e cercare di gratificare gli impulsi istintuali dei loro pazienti. Nel corso degli anni gli psicoanalisti hanno riesaminato il posto da assegnare al contatto corpo a corpo in psicoterapia, e i presunti benefici del non toccare i pazienti sono stati rivalutati e riconsiderati, anche se pochi analisti hanno una formazione specifica su come toccare in modo empatico e terapeutico.

Janet utilizzava il massaggio come metodo di dialogo senza parole, nel rispetto del paziente e cercando di placare ogni forma di ansietà rispetto al contatto. Ferenczi, nella sua applicazione e sperimentazione della tecnica attiva, che includeva il rilassamento e anche l’analisi reciproca, era convinto che i pazienti con forti stati di stress cronico potessero beneficiare dell’holding da parte del terapeuta, e lavorava direttamente sulla corporeità delle strutture di difesa dei pazienti. Naturalmente anche Wilhelm Reich sviluppa un metodo di lavoro che consiste nell’intervenire direttamente sul sistema di difesa costituito dalle tensioni muscolari croniche che trattengono le emozioni. Reich usava anche la manipolazione manuale dei muscoli, con l’intenzione di sciogliere l’armatura carattero-muscolare dei pazienti, attraverso una manipolazione che era anche risonanza empatica con l’emozione del muscolo.

Lo sviluppo della scuola delle relazioni oggettuali sposta l’attenzione degli psicoanalisti dallo scenario edipico verso i bisogni evolutivi dei bambini. L’esigenza di un contatto fisico, nella relazione, diviene di primaria importanza rispetto agli istinti e alle pulsioni biologiche intrapsichiche, fornendo ulteriori e differenti ragioni per il contatto.

Cosa offre un contatto esperto?

Le psicoterapie corporee, ai loro esordi, erano viste con un certo sospetto e paragonate in maniera difensiva ad altre forme di psicoterapia. Pregiudizio che come tanti pregiudizi sembra duro da abbattere tutt’oggi. Lo sviluppo di un nuovo pensiero, l’approfondimento di studi e ricerche sempre più dettagliati sullo sviluppo dei bambini e gli studi sul contatto che ne dimostrano i benefici, grazie anche allo sviluppo delle neuroscienze e degli studi sul trauma, hanno favorito un miglior apprezzamento di ciò che un contatto esperto tra terapeuta e paziente può offrire, anche nel campo delle psicoterapie corporee.

Il contatto è concepito in modo diverso a partire dai fondamenti dello specifico metodo di lavoro terapeutico e dei presupposti epistemologici su cui si fonda. Questi presupposti vanno resi espliciti per evitare di aggiungere confusione e per chiarire la teoria della tecnica cui facciamo ricorso. Se pensiamo al contatto esclusivamente come a un intervento di tipo tecnico, “medicalizzato”, che un terapeuta esperto attua sul corpo del paziente, ci poniamo in un rapporto con l’oggetto della nostra pratica clinica di tipo oggettivante e riduzionistico, che rischia di stimolare, nel paziente, vissuti di reificazione e passivizzazione. Attraverso la prospettiva intersoggettiva è possibile una comprensione del contatto che incorpori la co-costruzione del gesto, che diviene modo per due esseri umani interi di entrare in contatto reciproco, un contatto in cui lo stesso terapeuta toccando risulta toccato, entrando in risonanza con la sfera emotiva dell’altro e con gli aspetti non verbali di una comunicazione corpo-a-corpo.

l’Intenzione del Terapeuta

L’intenzione del terapeuta, non avulsa dalla cornice teorica che la elicita, crea una differenza nel contatto, e di conseguenza anche nel modo in cui esso viene ricevuto, e nei vissuti che richiama nel paziente. L’intenzionalità ha un impatto sull’altro che si avverte ancor prima del verificarsi del contatto fisico vero e proprio. Il significato del gesto si rivela come qualità emergente distillata dal contesto, che si compone dei vari ambiti, individuale, intersoggettivo, sociale e culturale. Uno studio completo dovrebbe comprenderli tutti, nella loro unità e nell’inter-gioco reciproco, senza prendere mai uno di essi come totalità che esaurisce la spiegazione del fenomeno. È all’interno di questo campo che avviene il contatto tra terapeuta e paziente, che co-costruiscono il campo stesso, attraverso il contatto reciproco, dando alla relazione la sua particolare forma nel momento in cui si attua.

Nella psicologia somatica e nelle psicoterapie corporee la comunicazione attraverso il contatto viene concettualizzata in diversi modi: il contatto può essere una forma di ascolto, per accedere a una percezione sottile che altrimenti può sfuggire, per mobilizzare, attivare o semplicemente esplorare le sensazioni del paziente. In ogni caso deve essere chiaro lo scopo, che va comunicato al paziente, e deve essere collegato con il contesto. L’intenzione può di volta in volta essere quella del sostegno, del nutrimento, della sfida, del rispecchiamento e del fornire uno spazio, può essere indirizzato all’accesso a particolari emozioni o memorie, a comunicare empatia, a fornire sicurezza e calma. Può essere di aiuto nel rafforzare le funzioni dell’io, e sostenere un paziente nell’elaborare esperienze post-traumatiche.

Quale Contatto?

Qui va posto il tema della differenza tra il contatto all’interno del quadro delle psicoterapie corporee e il contatto che si utilizza in particolari forme di terapia corporea, come la terapia craniosacrale, il rolfing, il metodo feldenkrais, l’osteopatia, ecc. Queste tipologie di lavoro sul corpo, e con il corpo, spesso inducono importanti risposte emotive nei pazienti ma non sono equivalenti al contatto in psicoterapia. Le terapie manuali possono svolgere un ruolo nel ristabilire schemi comportamentali positivi, inducono modificazioni ormonali dell’ossitocina, del cortisolo e della vasopressina, i cui livelli variano durante il contatto interpersonale, insieme al tono vagale, modificando la risposta allo stress, la percezione del dolore, l’umore e la fiducia negli altri. Il tocco e lo stiramento leggero della miofascia stimolano i recettori interstiziali, inducendo uno stato di rilassamento attraverso un aumento del tono vagale (parasimpatico), portando a una sensazione di calma mentale indotta da una serie di risposte fisiologiche. Questo stato di rilassamento è stimolato e raggiunto più facilmente da tecniche leggere, poiché con l’applicazione di tecniche più energetiche il movimento corporeo del paziente è indirizzato e manipolato dal terapeuta, il che riduce i micromovimenti: si perde in tal modo la caratteristica dell’ascolto e della risonanza e la libertà di movimento spontanea del tessuto contattato.

Una comprensione Psicologica del Contatto

Le terapie corporee però non lavorano con una comprensione psicoterapeutica della relazione, inclusi gli aspetti importanti del transfert e controtransfert, e non contemplano una cornice psicoterapica per il loro operare. Nonostante questa distinzione essenziale, ci sono opinioni diverse sull’utilità di integrare forme di terapia corporea al bagaglio delle psicoterapie a orientamento corporeo.

La stimolazione tattile è assolutamente vitale per lo sviluppo del cervello e per la regolazione degli affetti durante l’infanzia. Inoltre, la qualità specifica del contatto ricevuto, e il contenuto emozionale dell’informazione tattile, sono altrettanto importanti. Il contatto materiale da solo non basta, è importante anche l’intenzione del contatto, l’emozione che trasmette, quello che dice al bambino della mamma e del suo stato emotivo. Senza un contatto costante e attento il bambino rischia di fallire i suoi compiti evolutivi e nei casi estremi rischia la morte. Un contatto crudele durante l’infanzia può portare a comportamenti aggressivi nella vita, e a problemi di salute mentale o alla morte.

Gli effetti positivi del tocco

Il lavoro corporeo che utilizza il contatto, incluse le tecniche di massaggio, ha dimostrato numerosi benefici che favoriscono il processo di recupero di uno stato ottimale di benessere e salute. Si conoscono ormai gli effetti positivi nell’innalzamento del tono dell’umore, anche nei casi di depressione, nel ridurre l’ansia, alleviare il dolore, allentare tensioni muscolari croniche, equilibrare il livello del metabolismo basale, abbassare la pressione, favorire le funzioni immunitarie, migliorare il sonno, ecc. Allo stesso tempo i pazienti riscontrano sensazioni positive e incoraggianti, si sentono accettati, maggiormente in contatto con se stessi e con il mondo esterno, più aperti e disponibili nelle relazioni, e con miglior livello di autostima, sviluppano confini personali più sani e un più chiaro senso del sé. Perché ciò avvenga, occorre però garantire sempre un contesto di sicurezza, i pazienti devono costantemente avere la certezza e la percezione di essere in controllo, non devono sentirsi passivizzati, il contatto va sempre discusso con loro e va sempre rispettata la congruenza tra l’intimità fisica e quella emozionale.

Perchè e quando usare il contatto

Riteniamo ci siano diverse motivazioni per cui, a un certo punto di un processo terapeutico, può essere utile il ricorso al contatto per favorire il dispiegarsi del processo. Un primo aspetto, per certi versi il più noto secondo l’opinione diffusa, è quello di servirsi del contatto per lavorare direttamente sul sistema di “difese” del paziente. Questo modo di intendere il ricorso al contatto in terapia fa capo principalmente al lavoro dei pionieri, Reich, Lowen, ed altri. Il contatto è usato per rispecchiare le difese, aumentare il livello di sensazioni, incrementare la consapevolezza, provocare l’espressione emozionale e il rilascio; seguendo il principio secondo cui sia necessario “abbattere l’armatura”, attivando le difese, per poi elaborarle.  In questo caso, un contatto non esperto può rischiare di infrangere il sistema di difese del paziente, conducendo rapidamente a una frammentazione e a un crollo, che vanno assolutamente evitati.

È possibile l’utilizzo del tocco alla ricerca di un obiettivo diverso. Si può introdurre per restituire equilibrio a un sistema nervoso autonomo sbilanciato, come nei casi di dis-regolazione emotiva e fisiologica. In questo caso la funzione del contatto è di ripristinare quella sensazione di “fiducia di base” nella relazione, a un livello non verbale, permettendo al paziente di creare un più forte contatto con se stesso, con le proprie sensazioni interiori e con l’altro, portando a una profonda riorganizzazione di quei meccanismi psicofisiologici implicati nell’autoregolazione dell’organismo. In questo caso il contatto non ha lo scopo di attivare le difese, intensificare e ricercare la scarica abreativa. Si tenta invece di lavorare senza stimolare una reazione difensiva nel paziente, per fornire contenimento, facilitare la sensazione di sicurezza e rafforzare i confini del sé.

Il contatto si configura come forma primaria di relazione, permettendo una comunicazione senza richieste, favorendo la risonanza somatica e la percezione di “essere con” che dischiude alla possibilità di innescare un cambiamento delle strutture profonde, preverbali, e favorire l’accettazione, la differenziazione e la separazione, dopo aver sperimentato l’attaccamento.

Contatto e Trauma

Nel lavoro sul trauma il contatto può portare a una riduzione della paura dell’altro, facilitare il contenimento delle sensazioni di terrore, creare sicurezza, e aiutare i pazienti a evitare la dissociazione, può aiutare quei pazienti bloccati nel congelamento a riportare calore nella loro vita, all’interno di confini sicuri, scoprendo nuove risorse somatiche, e risvegliare la consapevolezza corporea. Il contatto ha, infatti, la capacità di fornire informazioni direttamente all’organismo, stimolando quei sistemi sottocorticali responsabili dell’omeostasi fisiologica, rivitalizzando quei pazienti che sono tagliati fuori dalle sensazioni.

Quali rischi?

È da rilevare che nella descrizione precedente si è voluto mettere l’accento sugli aspetti salutogenici del contatto, senza prendere in considerazione le criticità, che richiedono di essere esaminate e vagliate, per non incorrere in gravi errori di dissintonia, che possono portare vissuti di abuso o ri-traumatizzazione.

Le preoccupazioni rispetto al contatto all’interno del setting terapeutico rispecchiano i vissuti che il contatto fisico suscita all’interno della società, spesso associato alla seduzione e alla sessualità, alla manipolazione e all’abuso. Queste cautele hanno un valore protettivo e di salvaguardia per i pazienti, ma bisogna stare attenti a non permettere che un eccesso di cautele produca una avversione al contatto e un evitamento di ciò che potrebbe essere di grande beneficio, precludendo esperienze significative per paziente e terapeuta.

Nel setting le preoccupazioni principali sono che il contatto possa innescare incontrollabili condotte aggressive o che possa essere veicolo di agiti sessuali, sia nel terapeuta, sia nel paziente. I terapeuti devono prestare attenzione a che esso non divenga strumento improprio per un appagamento narcisistico dei propri bisogni, portando a violazioni del codice deontologico e dell’etica professionale. Un contatto non empatico, non in sintonia, rischia di amplificare e incoraggiare la dipendenza e portare a stati di regressione. L’attenzione e la sensibilità alla comunicazione sottile e non verbale che si attiva, porta terapeuta e paziente a stati d’intimità e vulnerabilità che vanno gestiti con estrema attenzione, accuratezza e delicatezza. In fin dei conti, l’esperienza del contatto, è un’esperienza soggettiva e non abbiamo mai garanzie certe di come un paziente possa veramente ricevere qualunque forma di contatto, anche il meglio eseguito e proposto con le migliori intenzioni.

Per questa ragione il contatto andrebbe in qualche modo negoziato nella relazione e discusso all’interno della terapia, per evitare che certi pazienti possano divenire ancora più difensivi, distorcere la realtà e le intenzioni del terapeuta. Naturalmente occorre prestare molta attenzione al tipo di cliente che si ha di fronte, per cui è importante una buona valutazione diagnostica: potrebbe essere controindicato in pazienti con gravi disturbi emotivi, psicotici, paranoici, ecc., e comunque il suo uso va legittimato attraverso confini chiari e una buona valutazione clinica.

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Counseling di coppia

Counseling di coppia, per favorire il benessere nella relazione tra partner e con i figli.

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Nella coppia spesso la comunicazione viene chiusa e ciascuno si isola nel suo mondo di solitudine. Non c’è peggiore solitudine di quella che viviamo con l’altro.

 

Non è un fatto raro che la coppia durante il suo ciclo di vita possa affrontare disagi e sperimentare difficoltà che incrinano, giorno dopo giorno, il benessere reciproco e compromettono la possibilità di stare insieme.

Questo avviene soprattutto in concomitanza di determinate fasi del ciclo di vita della coppia o in corrispondenza di avvenimenti critici, come il matrimonio, la nascita di un figlio, la perdita di un familiare, importanti cambiamenti lavorativi, inserimento scolastico, crescita, e svincolo dei figli.

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Trauma infantile: realtà o fantasia inconscia?

 

Trauma Infantile: realtà o fantasia inconscia? Freud e Miller a confronto.

Dopo aver a lungo appoggiato e praticato le tecniche proprie della psicoanalisi, Alice Miller è divenuta una delle più tenaci critiche del metodo psicoanalitico come terapia psicologica, nonché della prassi di molti terapeuti, incluso lo stesso Freud (su cui concentra le sue valutazioni). La Miller afferma che la svolta Freudiana verso la fantasia inconscia delle pazienti, a discapito della realtà effettiva del trauma, fosse una forma di difesa dello stesso Freud il quale fu incapace di affrontare la realtà del proprio trauma personale: impossibilitato, da proprie dinamiche interne, a elaborare il lutto rispetto alle vicende della propria infanzia personale, avrebbe preferito modificare la teoria, stendendo così un velo di omertà sopra l’effettiva dimensione del fenomeno degli abusi infantili e mascherando suo malgrado una problematica sociale drammatica. In tale maniera si è ostacolata la possibilità di riconoscere l’enorme diffusione della realtà del trauma infantile.

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Il Tao nella relazione di aiuto

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Una delle categorie fondamentali del pensiero taoista è quella della spontaneità (tzu-jan), con la quale si intende uno stato di naturalezza, nella quale ciascuno esprime ciò che è di per sé. L’invito è dunque quello di tornare alla spontaneità. In questa convinzione è racchiusa anche l’idea della perfezione individuale (te), normalmente tradotta come virtù, ma che in realtà esprime l’idea secondo cui ogni creatura è già perfetta così come è, possedendo già in sé quel bagaglio di doti che gli permettono di realizzare le proprie inclinazioni, e di sbrogliarsela in qualunque situazione.

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Com’è possibile curare, non curando?

 

Gregory Bateson e il paradosso della cura, tra Taoismo, Zen e psicoterapie occidentali

Bateson parte dall’idea di una terapia che non si prefigge l’obbiettivo di curare. Questa intenzionalità interferirebbe infatti con i processi stessi della guarigione: i cui esiti sono ora affidati più al paziente che al terapeuta, e sopra a tutti e due, al sistema mentale che essi co-determinano a generare.

In un coinvolgimento aperto e dinamico tra le persone è impossibile definire i contorni della relazione, che sono imprevedibili, tracciati dall’interazione stessa istante per istante; ed è impossibile conoscere completamente i processi responsabili del cambiamento personale.

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