Trauma infantile: realtà o fantasia inconscia?

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Trauma Infantile: realtà o fantasia inconscia? Freud e Miller a confronto.

Dopo aver a lungo appoggiato e praticato le tecniche proprie della psicoanalisi, Alice Miller è divenuta una delle più tenaci critiche del metodo psicoanalitico come terapia psicologica, nonché della prassi di molti terapeuti, incluso lo stesso Freud (su cui concentra le sue valutazioni). La Miller afferma che la svolta Freudiana verso la fantasia inconscia delle pazienti, a discapito della realtà effettiva del trauma, fosse una forma di difesa dello stesso Freud il quale fu incapace di affrontare la realtà del proprio trauma personale: impossibilitato, da proprie dinamiche interne, a elaborare il lutto rispetto alle vicende della propria infanzia personale, avrebbe preferito modificare la teoria, stendendo così un velo di omertà sopra l’effettiva dimensione del fenomeno degli abusi infantili e mascherando suo malgrado una problematica sociale drammatica. In tale maniera si è ostacolata la possibilità di riconoscere l’enorme diffusione della realtà del trauma infantile.

La Miller parla di una violenza pedagogica nel suo costrutto di “pedagogia nera”, le vittime di questo genere di violenze educative non possono diventare consapevoli delle violenze subite, non possono nemmeno usufruire del beneficio dell’empatia da parte degli altri significativi o di altre figure, perché nella violenza pedagogica c’è una intera società che assume il ruolo di persecutore, negando allo stesso tempo la realtà di tale sofferenza[1]. Per questa ragione questo tipo di vittime non può sviluppare forme di resilienza rispetto al trauma, né capacità di recupero.[2] La Miller ritiene che il metodo della psicoanalisi, anziché incoraggiare e sostenere i pazienti nella ricerca e nell’elaborazione del lutto legato ai propri traumi infantili, e delle vicende che hanno dato origine ai disturbi e ai problemi della personalità adulta, agisca piuttosto come offuscamento e difesa nei confronti della realtà dei traumi vissuti. Realtà che risiede nella storia familiare degli abusi subiti nell’infanzia. Freud, secondo la Miller, ha fatto uso della psicoanalisi proprio in questo modo, innanzitutto su sé stesso, ma ancora più grave è il fatto che il metodo da questi trasmesso a generazioni di psicoanalisti dopo di lui, ha ricalcato le tracce di un percorso interrotto e in qualche modo fallito, in quanto non condotto fino in fondo.  Secondo la Miller i concetti psicoanalitici operano un ruolo di offuscamento della verità e impediscono ai pazienti di rivivere i sentimenti di terrore, vergogna e abbandono, provati durante l’infanzia. Allo stesso tempo, un terapeuta che non abbia affrontato fino in fondo la realtà del proprio trauma, che non abbia portato a compimento l’elaborazione del lutto rispetto alla propria infanzia traumatica, sarà incapace di riconoscere nel proprio paziente la natura e l’origine dei sentimenti attuali. Sentimenti che riconducono a situazioni dolorose patite nella prima infanzia. Sarà perciò impossibilitato a sentire empaticamente, ad avvertire, nelle parole del cliente, la verità dolorosa del bambino sofferente e non potrà essergli di aiuto nel condurlo verso l’elaborazione del proprio lutto. Non assistere il paziente nell’elaborazione della sua verità di vittima, non riconoscerne la storia personale, lo porterà a rivivere in terapia la crudeltà del trauma, lo indurrà a risperimentare quel silenzio e quel non detto che aveva sperimentato all’origine, portandolo a una nuova traumatizzazione:

“ meta comunica e rafforza il diniego e rinnova una pressione intimidatoria a non percepire, a non vivere, a non dire e non ricordare, come quella che può aver subito quel bambino piccolo o quel paziente nella sua infanzia con i suoi genitori così sofferenti e malati ”[3]

Il terapeuta per svolgere il suo ruolo di testimone della sofferenza del paziente deve essere in grado di sopportare quel terrore, avendolo vissuto ed elaborato a fondo nella propria storia personale, in modo tale da non esserne spaventato. Solo in questo modo può essere capace di affrontare quel terrore senza nome che emergerà dal lavoro sul trauma del paziente, senza venirne egli stesso frammentato. Potrà così garantire al paziente quella coerenza interna, quel contenimento necessario come antidoto ai sentimenti devastanti che emergeranno nel corso delle sedute.

[1] È da notare che Anche Ferenczi porta avanti un discorso simile. Già nel 1908 in Psicoanalisi e pedagogia Ferenczi sostiene che “L’attuale modo di comportarsi con i bambini, la noncuranza con cui li si lascia soli nella fase più acuta della loro crisi, senza dar loro appoggio […] è una vera crudeltà” ( p. 39). Vedi: Ferenczi S. (1908) Psicoanalisi e pedagogia, Opere, vol. I, R. Cortina editore (1913) Introiezione e transfert, vol. I.
[2] Z.G. Del Buono, Promuovere la resilienza: strategie basate sulle competenze, Somatic Experiencing Italia, progetto somamente, www.somatic-experiencing.it, fonte internet.
[3] F.Borgogno, Appunti del libro “Psicoanalisi come percorso” di Franco Borgogno. 1999, Boringhieri; http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/it/

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