scaleni

Il tocco come forma primaria di relazione

Il perché dell’uso del tocco nella psicologia somatica e nelle psicoterapie corporee

Prima della nascita della psicoanalisi e della psichiatria, il massaggio era compreso tra i metodi di trattamento e cura per chi soffriva di condizioni nervose, e indicato spesso come trattamento da parte dei medici. È in questo tipo di contesto che Freud sviluppa il metodo della psicoanalisi. Sebbene la psicoanalisi sia nota per non toccare i pazienti, ci sono delle eccezioni degne di nota, ed è significativo che, nonostante la credenza diffusa (la regola della neutralità e il divieto di contatto tra analista e analizzato) risulti che lo stesso Freud, e con lui anche Groddeck, ricorressero all’utilizzo del massaggio con alcuni pazienti.

È conosciuto che al tempo della collaborazione con Breuer entrambe usavano il tocco, l’ipnosi e altre pratiche dell’epoca, per stimolare la regressione, il recupero di memorie e la catarsi. In seguito Freud ha rivisto le sue idee per enfatizzare il valore delle libere associazioni, la neutralità dell’analista, e l’interpretazione del transfert. La regola dell’astinenza divenne tale quando furono istituzionalizzati i percorsi di formazione, per proteggere gli analisti dalla possibilità di agire i loro controtransfert e cercare di gratificare gli impulsi istintuali dei loro pazienti. Nel corso degli anni gli psicoanalisti hanno riesaminato il posto da assegnare al contatto corpo a corpo in psicoterapia, e i presunti benefici del non toccare i pazienti sono stati rivalutati e riconsiderati, anche se pochi analisti hanno una formazione specifica su come toccare in modo empatico e terapeutico.

Janet utilizzava il massaggio come metodo di dialogo senza parole, nel rispetto del paziente e cercando di placare ogni forma di ansietà rispetto al contatto. Ferenczi, nella sua applicazione e sperimentazione della tecnica attiva, che includeva il rilassamento e anche l’analisi reciproca, era convinto che i pazienti con forti stati di stress cronico potessero beneficiare dell’holding da parte del terapeuta, e lavorava direttamente sulla corporeità delle strutture di difesa dei pazienti. Naturalmente anche Wilhelm Reich sviluppa un metodo di lavoro che consiste nell’intervenire direttamente sul sistema di difesa costituito dalle tensioni muscolari croniche che trattengono le emozioni. Reich usava anche la manipolazione manuale dei muscoli, con l’intenzione di sciogliere l’armatura carattero-muscolare dei pazienti, attraverso una manipolazione che era anche risonanza empatica con l’emozione del muscolo.

Lo sviluppo della scuola delle relazioni oggettuali sposta l’attenzione degli psicoanalisti dallo scenario edipico verso i bisogni evolutivi dei bambini. L’esigenza di un contatto fisico, nella relazione, diviene di primaria importanza rispetto agli istinti e alle pulsioni biologiche intrapsichiche, fornendo ulteriori e differenti ragioni per il contatto.

Cosa offre un contatto esperto?

Le psicoterapie corporee, ai loro esordi, erano viste con un certo sospetto e paragonate in maniera difensiva ad altre forme di psicoterapia. Pregiudizio che come tanti pregiudizi sembra duro da abbattere tutt’oggi. Lo sviluppo di un nuovo pensiero, l’approfondimento di studi e ricerche sempre più dettagliati sullo sviluppo dei bambini e gli studi sul contatto che ne dimostrano i benefici, grazie anche allo sviluppo delle neuroscienze e degli studi sul trauma, hanno favorito un miglior apprezzamento di ciò che un contatto esperto tra terapeuta e paziente può offrire, anche nel campo delle psicoterapie corporee.

Il contatto è concepito in modo diverso a partire dai fondamenti dello specifico metodo di lavoro terapeutico e dei presupposti epistemologici su cui si fonda. Questi presupposti vanno resi espliciti per evitare di aggiungere confusione e per chiarire la teoria della tecnica cui facciamo ricorso. Se pensiamo al contatto esclusivamente come a un intervento di tipo tecnico, “medicalizzato”, che un terapeuta esperto attua sul corpo del paziente, ci poniamo in un rapporto con l’oggetto della nostra pratica clinica di tipo oggettivante e riduzionistico, che rischia di stimolare, nel paziente, vissuti di reificazione e passivizzazione. Attraverso la prospettiva intersoggettiva è possibile una comprensione del contatto che incorpori la co-costruzione del gesto, che diviene modo per due esseri umani interi di entrare in contatto reciproco, un contatto in cui lo stesso terapeuta toccando risulta toccato, entrando in risonanza con la sfera emotiva dell’altro e con gli aspetti non verbali di una comunicazione corpo-a-corpo.

l’Intenzione del Terapeuta

L’intenzione del terapeuta, non avulsa dalla cornice teorica che la elicita, crea una differenza nel contatto, e di conseguenza anche nel modo in cui esso viene ricevuto, e nei vissuti che richiama nel paziente. L’intenzionalità ha un impatto sull’altro che si avverte ancor prima del verificarsi del contatto fisico vero e proprio. Il significato del gesto si rivela come qualità emergente distillata dal contesto, che si compone dei vari ambiti, individuale, intersoggettivo, sociale e culturale. Uno studio completo dovrebbe comprenderli tutti, nella loro unità e nell’inter-gioco reciproco, senza prendere mai uno di essi come totalità che esaurisce la spiegazione del fenomeno. È all’interno di questo campo che avviene il contatto tra terapeuta e paziente, che co-costruiscono il campo stesso, attraverso il contatto reciproco, dando alla relazione la sua particolare forma nel momento in cui si attua.

Nella psicologia somatica e nelle psicoterapie corporee la comunicazione attraverso il contatto viene concettualizzata in diversi modi: il contatto può essere una forma di ascolto, per accedere a una percezione sottile che altrimenti può sfuggire, per mobilizzare, attivare o semplicemente esplorare le sensazioni del paziente. In ogni caso deve essere chiaro lo scopo, che va comunicato al paziente, e deve essere collegato con il contesto. L’intenzione può di volta in volta essere quella del sostegno, del nutrimento, della sfida, del rispecchiamento e del fornire uno spazio, può essere indirizzato all’accesso a particolari emozioni o memorie, a comunicare empatia, a fornire sicurezza e calma. Può essere di aiuto nel rafforzare le funzioni dell’io, e sostenere un paziente nell’elaborare esperienze post-traumatiche.

Quale Contatto?

Qui va posto il tema della differenza tra il contatto all’interno del quadro delle psicoterapie corporee e il contatto che si utilizza in particolari forme di terapia corporea, come la terapia craniosacrale, il rolfing, il metodo feldenkrais, l’osteopatia, ecc. Queste tipologie di lavoro sul corpo, e con il corpo, spesso inducono importanti risposte emotive nei pazienti ma non sono equivalenti al contatto in psicoterapia. Le terapie manuali possono svolgere un ruolo nel ristabilire schemi comportamentali positivi, inducono modificazioni ormonali dell’ossitocina, del cortisolo e della vasopressina, i cui livelli variano durante il contatto interpersonale, insieme al tono vagale, modificando la risposta allo stress, la percezione del dolore, l’umore e la fiducia negli altri. Il tocco e lo stiramento leggero della miofascia stimolano i recettori interstiziali, inducendo uno stato di rilassamento attraverso un aumento del tono vagale (parasimpatico), portando a una sensazione di calma mentale indotta da una serie di risposte fisiologiche. Questo stato di rilassamento è stimolato e raggiunto più facilmente da tecniche leggere, poiché con l’applicazione di tecniche più energetiche il movimento corporeo del paziente è indirizzato e manipolato dal terapeuta, il che riduce i micromovimenti: si perde in tal modo la caratteristica dell’ascolto e della risonanza e la libertà di movimento spontanea del tessuto contattato.

Una comprensione Psicologica del Contatto

Le terapie corporee però non lavorano con una comprensione psicoterapeutica della relazione, inclusi gli aspetti importanti del transfert e controtransfert, e non contemplano una cornice psicoterapica per il loro operare. Nonostante questa distinzione essenziale, ci sono opinioni diverse sull’utilità di integrare forme di terapia corporea al bagaglio delle psicoterapie a orientamento corporeo.

La stimolazione tattile è assolutamente vitale per lo sviluppo del cervello e per la regolazione degli affetti durante l’infanzia. Inoltre, la qualità specifica del contatto ricevuto, e il contenuto emozionale dell’informazione tattile, sono altrettanto importanti. Il contatto materiale da solo non basta, è importante anche l’intenzione del contatto, l’emozione che trasmette, quello che dice al bambino della mamma e del suo stato emotivo. Senza un contatto costante e attento il bambino rischia di fallire i suoi compiti evolutivi e nei casi estremi rischia la morte. Un contatto crudele durante l’infanzia può portare a comportamenti aggressivi nella vita, e a problemi di salute mentale o alla morte.

Gli effetti positivi del tocco

Il lavoro corporeo che utilizza il contatto, incluse le tecniche di massaggio, ha dimostrato numerosi benefici che favoriscono il processo di recupero di uno stato ottimale di benessere e salute. Si conoscono ormai gli effetti positivi nell’innalzamento del tono dell’umore, anche nei casi di depressione, nel ridurre l’ansia, alleviare il dolore, allentare tensioni muscolari croniche, equilibrare il livello del metabolismo basale, abbassare la pressione, favorire le funzioni immunitarie, migliorare il sonno, ecc. Allo stesso tempo i pazienti riscontrano sensazioni positive e incoraggianti, si sentono accettati, maggiormente in contatto con se stessi e con il mondo esterno, più aperti e disponibili nelle relazioni, e con miglior livello di autostima, sviluppano confini personali più sani e un più chiaro senso del sé. Perché ciò avvenga, occorre però garantire sempre un contesto di sicurezza, i pazienti devono costantemente avere la certezza e la percezione di essere in controllo, non devono sentirsi passivizzati, il contatto va sempre discusso con loro e va sempre rispettata la congruenza tra l’intimità fisica e quella emozionale.

Perchè e quando usare il contatto

Riteniamo ci siano diverse motivazioni per cui, a un certo punto di un processo terapeutico, può essere utile il ricorso al contatto per favorire il dispiegarsi del processo. Un primo aspetto, per certi versi il più noto secondo l’opinione diffusa, è quello di servirsi del contatto per lavorare direttamente sul sistema di “difese” del paziente. Questo modo di intendere il ricorso al contatto in terapia fa capo principalmente al lavoro dei pionieri, Reich, Lowen, ed altri. Il contatto è usato per rispecchiare le difese, aumentare il livello di sensazioni, incrementare la consapevolezza, provocare l’espressione emozionale e il rilascio; seguendo il principio secondo cui sia necessario “abbattere l’armatura”, attivando le difese, per poi elaborarle.  In questo caso, un contatto non esperto può rischiare di infrangere il sistema di difese del paziente, conducendo rapidamente a una frammentazione e a un crollo, che vanno assolutamente evitati.

È possibile l’utilizzo del tocco alla ricerca di un obiettivo diverso. Si può introdurre per restituire equilibrio a un sistema nervoso autonomo sbilanciato, come nei casi di dis-regolazione emotiva e fisiologica. In questo caso la funzione del contatto è di ripristinare quella sensazione di “fiducia di base” nella relazione, a un livello non verbale, permettendo al paziente di creare un più forte contatto con se stesso, con le proprie sensazioni interiori e con l’altro, portando a una profonda riorganizzazione di quei meccanismi psicofisiologici implicati nell’autoregolazione dell’organismo. In questo caso il contatto non ha lo scopo di attivare le difese, intensificare e ricercare la scarica abreativa. Si tenta invece di lavorare senza stimolare una reazione difensiva nel paziente, per fornire contenimento, facilitare la sensazione di sicurezza e rafforzare i confini del sé.

Il contatto si configura come forma primaria di relazione, permettendo una comunicazione senza richieste, favorendo la risonanza somatica e la percezione di “essere con” che dischiude alla possibilità di innescare un cambiamento delle strutture profonde, preverbali, e favorire l’accettazione, la differenziazione e la separazione, dopo aver sperimentato l’attaccamento.

Contatto e Trauma

Nel lavoro sul trauma il contatto può portare a una riduzione della paura dell’altro, facilitare il contenimento delle sensazioni di terrore, creare sicurezza, e aiutare i pazienti a evitare la dissociazione, può aiutare quei pazienti bloccati nel congelamento a riportare calore nella loro vita, all’interno di confini sicuri, scoprendo nuove risorse somatiche, e risvegliare la consapevolezza corporea. Il contatto ha, infatti, la capacità di fornire informazioni direttamente all’organismo, stimolando quei sistemi sottocorticali responsabili dell’omeostasi fisiologica, rivitalizzando quei pazienti che sono tagliati fuori dalle sensazioni.

Quali rischi?

È da rilevare che nella descrizione precedente si è voluto mettere l’accento sugli aspetti salutogenici del contatto, senza prendere in considerazione le criticità, che richiedono di essere esaminate e vagliate, per non incorrere in gravi errori di dissintonia, che possono portare vissuti di abuso o ri-traumatizzazione.

Le preoccupazioni rispetto al contatto all’interno del setting terapeutico rispecchiano i vissuti che il contatto fisico suscita all’interno della società, spesso associato alla seduzione e alla sessualità, alla manipolazione e all’abuso. Queste cautele hanno un valore protettivo e di salvaguardia per i pazienti, ma bisogna stare attenti a non permettere che un eccesso di cautele produca una avversione al contatto e un evitamento di ciò che potrebbe essere di grande beneficio, precludendo esperienze significative per paziente e terapeuta.

Nel setting le preoccupazioni principali sono che il contatto possa innescare incontrollabili condotte aggressive o che possa essere veicolo di agiti sessuali, sia nel terapeuta, sia nel paziente. I terapeuti devono prestare attenzione a che esso non divenga strumento improprio per un appagamento narcisistico dei propri bisogni, portando a violazioni del codice deontologico e dell’etica professionale. Un contatto non empatico, non in sintonia, rischia di amplificare e incoraggiare la dipendenza e portare a stati di regressione. L’attenzione e la sensibilità alla comunicazione sottile e non verbale che si attiva, porta terapeuta e paziente a stati d’intimità e vulnerabilità che vanno gestiti con estrema attenzione, accuratezza e delicatezza. In fin dei conti, l’esperienza del contatto, è un’esperienza soggettiva e non abbiamo mai garanzie certe di come un paziente possa veramente ricevere qualunque forma di contatto, anche il meglio eseguito e proposto con le migliori intenzioni.

Per questa ragione il contatto andrebbe in qualche modo negoziato nella relazione e discusso all’interno della terapia, per evitare che certi pazienti possano divenire ancora più difensivi, distorcere la realtà e le intenzioni del terapeuta. Naturalmente occorre prestare molta attenzione al tipo di cliente che si ha di fronte, per cui è importante una buona valutazione diagnostica: potrebbe essere controindicato in pazienti con gravi disturbi emotivi, psicotici, paranoici, ecc., e comunque il suo uso va legittimato attraverso confini chiari e una buona valutazione clinica.

calatonia

Calatonia e Tecniche di Contatto Sottile

La Calatonia, come la tecnica Points & Positions dell’Analisi Funzionale, con cui condivide alcuni aspetti che tratteremo in seguito, appartiene a una serie di tecniche denominate di tocco leggero. Il termine deriva dal greco Khalaó e significa un tono allentato e rilassato, non solo a livello muscolare ma anche a diversi livelli dell’esperienza umana. Fu coniato da Pethö Sándor psicologo e medico Ungherese, sulla base della sua esperienza durante la seconda guerra mondiale. Come rifugiato dall’Ungheria, Sándor lavorava in un ospedale della croce rossa trattando casi post-operatori di amputazioni, sindromi da arto fantasma, crolli nervosi, depressioni e reazioni compulsive. Nel tentativo di utilizzare il training autogeno con questi pazienti, si rese conto che a causa della grave depressione e del trauma, la maggior parte dei pazienti non raggiungeva il livello necessario di concentrazione, o non voleva cooperare.

Sándor cominciò allora a sperimentare dei contatti gentili al collo, alla testa, ai piedi e alle mani, per alleviare il dolore e la sofferenza. Divenne evidente che il rilassamento muscolare, le reazioni vasomotorie e i cambiamenti dell’umore di portata inaspettata, potevano essere indotti attraverso il rapporto interpersonale e i tocchi gentili, accoppiati a leggeri cambiamenti nella posizione delle parti del corpo manipolate.

Sándor continuò ad applicare e approfondire il suo metodo dopo la guerra, proseguendo alla formulazione dei fondamenti del suo metodo dopo l’emigrazione in Brasile nel 1949.

Raggiungimento dell’integrazione

La Calatonia consiste in una sequenza di dieci contatti statici ai piedi o alle mani e alla testa, ognuno della durata di circa tre minuti, offerti come strumento terapeutico. In seguito, i pazienti riferiscono le loro sensazioni, sentimenti, emozioni e immagini, durante l’applicazione. Il resoconto viene accolto e riconosciuto dal terapista, ma non necessariamente interpretato, poiché l’interpretazione rischia di ridurre l’esperienza a una mera rappresentazione mentale della stessa. Si privilegia il ruolo dell’esperienza a quello della comprensione. Nel preparare i pazienti Sándor li istruiva a evitare interferenze e particolari aspettative, li invitava a respirare normalmente e lasciare che i pensieri vagassero liberamente, insegnando loro a rispettare i processi interni senza cercare di controllare i pensieri, una prospettiva molto diversa da quella applicata in molte tecniche di Mindfulness. La Calatonia “agevola l’accesso ad aree di sostegno transpersonale (come l’inconscio collettivo) e a quel centro di totalità della psiche, il Sé, che è più della somma delle sue componenti”.

La pratica della Calatonia nella stanza di consultazione afferma l’attitudine consapevole, di terapeuta e paziente, d’apertura al linguaggio del corpo – l’inconscio somatico – in cerca dell’integrazione. Il metodo permette un condizionamento psico-fisico che ripristina l’omeostasi attraverso l’autoregolazione e favorisce la riorganizzazione esistenziale.

Jung identificava l’autoregolazione a un meccanismo spontaneo che mantiene l’organismo equilibrato e funzionale, capiva che il corpo e la psiche costituivano un’unità e allo stesso tempo una dualità. Sándor ha basato il suo metodo sulla tensione tra la psiche e il fisico. L’esperienza multisensoriale favorita dal contatto induce stati di consapevolezza non ordinari, in cui la rigidità di coscienza del paziente trova la possibilità di rilasciarsi. Questo fornisce l’opportunità al meccanismo di autoregolazione di riavviarsi. In seguito all’applicazione del contatto leggero, alcuni pazienti sperimentano rilassamento e calma, altri una positiva attivazione, a seconda dei processi psicofisiologici messi in movimento. In ogni caso, i pazienti riferiscono spesso di uno stato meditativo, in cui coscienza, corpo e inconscio entrano in rapporto.

La Calatonia ha la facoltà di indurre stati alterati di coscienza che permettono l’emergere di contenuti inconsci. I simboli che emergono, in risposta agli stimoli tattili, sono rappresentazione di quel particolare momento della vita della persona, nello stesso modo in cui lo sono i sogni. Nel lavoro corporeo tali simboli sono vissuti e sperimentati come realtà fisiche nello stato di coscienza di veglia.

Principi Junghiani nel metodo

Sándor usa il punto di vista di Jung sul ruolo del corpo nella formazione dell’io, la sua funzione come organo della coscienza, le sue basi collettive, che permettono i fenomeni del transfert e del contro-transfert, così come la funzione del corpo nell’autoregolazione, psichizzazione e nei processi simbolici.

In qualità d’organo della coscienza il corpo è il mezzo d’integrazione nello spazio e nel tempo, esso possiede una dimensione sottile che intreccia conscio e inconscio – vive in entrambi e porta testimonianza dei processi consci e inconsci: “da qualche parte c’è un luogo in cui i due mondi si incontrano e diventano intrecciati. Quello è il posto in cui non si può dire se sia materia o ciò che chiamiamo psiche.

La pelle

I metodi di tocco leggero usano la sensibilità simultanea, svolgendo la duplice funzione di trasmettere e percepire diverse sensazioni (pressione, caldo, freddo, dolore) per creare esperienze multisensoriali.

La pelle è l’organo che regola le prime interazioni e relazioni, collegandosi così alle esperienze pre-verbali e non verbali e alla memoria implicita, cui non si può avere accesso con la sola terapia verbale. La pelle fornisce le prime esperienze di contenimento, utile allo sviluppo di un attaccamento sano nell’età adulta.

Attraverso il contatto, i bisogni infantili non soddisfatti incontrano risonanza emotiva in terapia, e l’impegno genuino del terapista viene reso concreto. Nella Calatonia il paziente non ha più bisogno di rimettere in atto una relazione intersoggettiva in cui il terapista svolge la funzione di una specie di organo metabolizzatore esterno per l’esperienza del paziente. Radicati nel loro proprio corpo, ora capace di autoregolazione, i pazienti hanno ora bisogno di un contesto relazionale con un altro che sia capace unicamente di comprenderli.

 

Articolo tratto da: The Body in Psychotherapy: Calatonia and Subtle Touch Techniques
(In: Mind, Body and Healing After Jung: A Space of Questions)
Anita J. Ribeiro-Blanchard, Leda Perillo Seixas, and Ana Maria Galrão Rios

curcumina e depressione

Benefici della Curcumina nel Trattamento della Depressione

L’efficacia dei composti farmacologici usati per la maggior parte dei disturbi di carattere psicologico è ancora lontana dall’aver raggiunto un livello ottimale e le opzioni di trattamento sono ancora limitate, sia per l’aspetto collegato all’efficacia, sia per quanto riguarda la tollerabilità. Nonostante i traguardi raggiunti negli ultimi decenni, lo sviluppo di molecole efficaci e meglio tollerate per il trattamento di condizioni quali la depressione, i disturbi d’ansia e bipolari, ha raggiunto un punto in cui non sono previste nuove scoperte. La ricerca in questo campo ormai ha indagato quanto era indagabile e anche le industrie farmaceutiche stanno smettendo di investire in questo campo che non promette più grandi ricavi. Composti antinfiammatori, antiossidanti, e neuro-protettivi, sono attualmente utilizzati per contrastare i processi degenerativi che di frequente si accompagnano a condizioni psichiatriche. Sono in prima linea nell’indagine esplorativa su trattamenti e terapie coadiuvanti.

Continua a leggere “Benefici della Curcumina nel Trattamento della Depressione”

ansia_sintomi_psichici_somatici

Ansia, Sintomi Psichici e Somatici

Gestione dell’Ansia e dello Stress Attraverso Tecniche Manuali.

L’ansia è una parte inevitabile della vita. Sono diverse le componenti dell’ansia che possono causare problemi nel vivere quotidiano. La preoccupazione legata al pensiero che le nostre azioni possano sempre portare a conseguenze negative, la paura, e la perdita della prontezza mentale. Altri disturbi ansiosi includono fobie specifiche, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo da stress post-traumatico, panico.

L’ansia si manifesta come ansia di tratto, che si riconosce dai sintomi fisici e/o psicologici, o come ansia di stato, che ha una natura temporanea, di solito associata a stimoli specifici che fanno da attivatori.

Continua a leggere “Ansia, Sintomi Psichici e Somatici”

psicologo senigallia, energia, forza vitale, psicologia somatica, analisi funzionale, bioenergetica, bioenergia

La distorsione della forza vitale

 

Quello che come esseri umani desideriamo maggiormente in uno stato di salute è di sentirci vivi. Il sentimento di essere pienamente vivi si associa alla sensazione di connessione autentica con il nucleo profondo della nostra vitalità, l’Endo-Sè, il nucleo non danneggiato, il “volto originario prima della nascita”.

 

Continua a leggere “La distorsione della forza vitale”

il protoplasma

Cos’è il Plasma

Si può rintracciare una relazione – o meglio una identità funzionale – tra plasma biologico e struttura emozionale, fisica e psichica  dell’individuo. Per descrivere la natura pulsatoria di tutto ciò che vive, Reich faceva riferimento al movimento ondulatorio dell’ameba e a come il suo plasma fluisca verso la periferia e ritorni verso il centro con movimenti ritmici, pulsanti. Aggiungeva anche che il plasma si espande verso il piacere e si contrae in direzione del centro quando incontra dolore e paura. Domandiamoci quindi che cos’è il plasma? Il plasma, o sostanza di base, è lo stato semi-liquido che circonda tutti i tessuti fino al livello cellulare.

Questa forma di plasma è anche chiamata matrix (matrice) intercellulare, extra-cellulare o tessutointerstiziale. È la materia tra ciascuna cellula e le cellule circostanti. È l’ambiente immediato di tutte le cellule. È l’oceano in cui è immersa ogni cellula di tutto il corpo. È il mezzo in cui ciascuna cellula si nutre e dove espelle i suoi detriti.

Non appena questo “oceano” si inquina con tossine, o per disidratazione, contrazione o infezione, non può più continuare a nutrire e pulire le cellule. Il metabolismo diminuisce e il nutrimento ne soffre. In situazioni di intenso stress, in condizioni di sofferenza sia fisica che psichica profonde, questo stato di denutrizione diventa cronico, bloccando lo scambio di energia sia fisica che psichica.

La contrazione plasmatica non permette al nutrimento di passare attraverso e dentro l’organismo. Non permette nemmeno all’organismo di espellere le sue tossine e di autopulirsi. Questo è vero non solo per il nutrimento fisico attraverso il cibo, il calore e così via, ma anche per il nutrimento psichico ed emozionale, come l’amore e la disponibilità. Il contatto viene allora sentito come invasione.

Continua a leggere “Cos’è il Plasma”